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Trento, 26 ottobre 2011
Il Piano guida per Trento Nord
intervento di Lucia Coppola, consigliere comunale dei Verdi e Democratici per Trento

La vicenda, annosa e dolorosa, ora in via di definizione, di Trento Nord ci insegna che il suolo è una risorsa  non rinnovabile, che vi è necessità di preservarlo e, ove necessario, di ripristinarne la qualità e gli equilibri degli ecosistemi che lo caratterizzano, oltre al benessere umano e alla salute delle persone, che sono beni non negoziabili.

Tra le condizioni di stress di un territorio, la più percepibile e importante è sicuramente la sua contaminazione, l'avvelenamento del suolo, delle falde acquifere o dell'aria che in quel luogo si respira, là dove il territorio è altamente compromesso. La strategia europea richiama per il futuro in modo forte, la necessità di prevenire il degrado del suolo urbano e, quando ciò sia già avvenuto, di ripristinarne la qualità attraverso la bonifica. Negli anni, questa parte di città così popolata, così vicina al centro storico, segnata dalle esistenze faticose di tanti lavoratori, dalla perdita della salute, da malattie gravi che li hanno colpiti e in alcuni casi dalla morte, è stata gravata da un'industrializzazione pesante e dalla mancanza di regolazione ambientale che ha sacrificato il paesaggio, il suolo, e  soprattutto la qualità della vita di chi ha lavorato in quelle fabbriche, la Sloi e la Carbochimica, e delle loro famiglie.

La bonifica, il risanamento ed il recupero alla città di questi siti contaminati va dunque nella direzione di non lasciare nel territorio del nostro comune una sacca così significativa di veleni, che possono ancora mettere a rischio la salute umana e quella dell'ambiente. Offre altresì al settore privato e a quello pubblico opportunità di sviluppo sociale ed economico che si spera possano ben armonizzarsi con la particolarità del luogo, con la vicinanza alla città storicamente consolidata e ad una periferia urbana che ha già sofferto per l'urbanizzazione selvaggia e per l'assenza di un piano urbanistico pensato e definito, per la scarsità di verde e infrastrutture, per la viabilità pericolosa e il traffico intenso.  In prossimità di quella zona insistono attualmente veri e propri quartieri dormitorio di scarsa qualità architettonica e poco appetibili dal punto di vista abitativo, di difficile socialità e vita relazionale, avulsi dal resto del contesto cittadino.

La riqualificazione di Trento Nord, ancorché affidata ai privati, non può non avere perciò una regia pubblica, che tenga conto degli errori del passato ed abbia un occhio vigile affinché altri non se ne compiano in nome di un vantaggio immediato e per pochi, ma non per la collettività. Parlo di scelte urbanistiche, di funzioni, di viabilità e collegamenti, di confronto con l'intorno. Non deve uscirne l'ennesima cattedrale nel deserto, di cui nessuno avverte la necessità. In questo caso, meglio sarebbe stato bonificare e lasciare che la natura facesse il suo corso, rinverdendo e rinaturalizzando l'area, creando un polmone verde, simbolo del riscatto avvenuto. Mi è capitato spesso di chiedermi se esperti, urbanisti, famosi archistar, e gli amministratori che negli anni si sono succeduti, hanno fatto i conti non solo con il fattore rischio, da valutare attentamente, ma anche con il cosiddetto “rischio percepito” dalla popolazione. Numerosi studi condotti in situazioni analoghe hanno sottolineato come la paura di vivere in siti inquinati e bonificati, in realtà la stima è di un caso di malattia grave e mortale su un milione di persone, condizioni pesantemente le scelte di vita e abitative dei cittadini.

Le transazioni economiche in zone inquinate e successivamente bonificate registrano le valutazioni di quanti (immobiliaristi, assicuratori, finanziatori e compratori in genere) associano un elevato rischio futuro a possibili episodi di contaminazione, reali o supposti, a causa della prossimità o dell'insistere su aree dismesse e precedentemente contaminate. In condizione di incertezza o di carenze informative, il mercato non è in grado di scontare adeguatamente le aspettative degli operatori e in tal caso si parla di “stigma negativo”, una sorta di impronta, di marchio che tende a perdurare nel tempo anche a fronte di processi di bonifica. Insomma, i siti dismessi o degradati sono soggetti a questo stigma ambientale, associato alla reale o potenziale pericolosità che influisce sulla percezione personale o collettiva.

Ecco perché diventa importante l'informazione della popolazione, che in troppi casi le scelte le ha subite, e la chiarezza di intenti circa il futuro di Trento Nord; la comunicazione efficace diventa perciò uno strumento indispensabile di buona amministrazione. La bonifica dei siti inquinati, ancora così incerta nelle modalità che verranno scelte e forse anche nella loro efficacia, e la loro riqualificazione e restituzione alla città, può essere l'occasione non solo per il miglioramento della qualità ambientale e della salute, ma anche per il raggiungimento di una maggiore equità sociale nel patto tra generazioni presenti e future. I contributi dati a questo progetto, il Piano Guida per Trento Nord, che ha preso le mosse nel giugno del 2004 , dalla commissione urbanistica del Comune e dai tecnici comunali che con passione e competenza l'hanno preso in carico, è andato nella direzione di apportare significativi miglioramenti al progetto iniziale dell'architetto Gregotti e del suo studio; si  intende fare i conti con il piano della mobilità, con le trattative in corso con le Ferrovie dello Stato, con gli aspetti idrogeologici, ma soprattutto con il piano di disinquinamento, la cui approvazione presso il Ministero è l'obiettivo primario.

Il lungo percorso di questo Piano, il grande dibattere che si è fatto, i cambiamenti di rotta, gli approfondimenti, i contributi della Circoscrizione, degli ordini professionali, di politici e cittadini comuni, le tante prese di posizione, sono la dimostrazione lampante che l'urbanistica non è un processo lineare, chiuso, preconfezionato e definito una volta per tutte. Ma un cammino aperto e in divenire, perché strada facendo possono succedere tante cose. Capita di avvicinarsi di molto a un obiettivo e spesso se ne raggiunge un altro altrettanto importante. In questo caso in mezzo, lo ripeto, c'è la bonifica, che pende come una spada di Damocle e condiziona inevitabilmente tutto, e poi l'analisi di rischio ( costi, tempi, metodologie).

Mi  chiedo: quando tutto sarà concluso quali saranno le esigenze della nostra città? Di che cosa avrà bisogno in quel luogo preciso? L'incertezza è talmente alta che diventa impossibile definire il dettaglio. Quindi, realisticamente, quello che si può fare è depotenziare il Piano, stabilendo una base di fondo, minima e condivisa nelle sue linee generali. Stabilire quali sono i punti fermi e le cose veramente necessarie da fare, quali le volumetrie e le destinazioni d'uso, proprio a partire dall'analisi di rischio, dalla definizione delle zone più o meno inquinate, stabilendone la soglia. Tutto ciò è indispensabile per procedere. L'analisi accurata del sito è una procedura internazionale che si fa ovunque vi siano problematiche di questo tipo e di questa gravità. Fortunatamente lo strato di terreno ha creato un cuscinetto rispetto al piombo in zona ex-Sloi, che si è fissato e non è volatile. Sappiamo che per la l'ex- Carbochimica il problema sono invece gli idrocarburi. Completata questa analisi, non vi è altra scelta che procedere con il piano di bonifica. La situazione è a mio avviso ancora molto fluida e dinamica e prevede una serie di passaggi obbligati che rimandano a norme ambientali, a direttive europee, alla legislazione internazionale, e come dicevo, all'analisi di rischio indispensabile per i siti altamente inquinati.

 Lucia Coppola

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